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11-9: Diario newyorkese

Posted in Travel on July 4th, 2013 by ndb – Be the first to comment
Manhattan il giorno dopo, 12 settembre 2001

Manhattan il giorno dopo, 12 settembre 2001

Ho ritrovato nel mio archivio due testimonianze che avevo scritto da New York poco dopo la caduta delle Torri Gemelle e che, a più di dieci anni di distanza, mi sembrano storicamente interessanti. Non mi è mai piaciuto molto parlare dell’11 settembre perché troppo è stato detto e fatto: troppo che non condividevo. Per me è stata un’esperienza quasi irreale, in un momento che segnava l’inizio della mia carriera nell’editoria e di anni bellissimi trascorsi a New York. Dopo gli eventi dell’11 settembre i miei amici in Svizzera insistevano affinché tornassi subito a casa, ma non se ne parlava nemmeno. Non avevo paura. Io volevo vivere lì. Nonostante tutto. E ho fatto bene a restare.

Mercoledì mattina, da New York
12 settembre 2001, pubblicato sul Corriere del Ticino

Ci si sentiva tanto al sicuro eppure è successo anche qui. Un attacco venuto dall’esterno. Avvenimenti che lasciano costernati e increduli. Una grande lezione di umiltà. È il giorno dopo, una mattina di sole a Manhattan. La città si rimette in moto, per quel che può. Tutto è chiuso Downtown, nella landa che è ora il Financial Center, e le strade sono sbarrate a sud della 14esima. Alcune linee della metropolitana, però, sono di nuovo in funzione. I caffé Uptown, come pure le banche, sono aperti, ma i negozi restano chiusi e le strade – solitamente intasate dal traffico – sono vuote. Nell’edificio dove lavoro, sulla 53esima, lavorano circa duecento persone, di cui tre quarti presenti. In ufficio si parla solo dei fatti di ieri. Ognuno ha una storia da raccontare. Chi ha un amico che è riuscito a salvarsi, uscendo in tempo e nascondendosi sotto un cespuglio, coprendosi con la maglietta per cercare di respirare; chi non ha potuto tornare alla propria abitazione a causa del fumo e del rischio di altri crolli; chi ha impiegato l’intera giornata per uscire da Manhattan e tornare a casa. E poi vi è chi al lavoro non è venuto, perché non ha potuto raggiungere il centro (ponti, strade e tunnel sono ancora chiusi al traffico) oppure perché ha perso persone care nella tragedia. Molti sono i dispersi e gli amici di cui non si ha ancora avuto notizie: a causa delle reti telefoniche intasate è infatti difficile telefonare. Noi ieri, dopo l’attacco e il crollo della prima torre, abbiamo lasciato l’edificio per paura di altre offensive, magari al Rockefeller Center, a due passi da qui. Abbiamo camminato via dal centro, via da siti ed edifici importanti, per più di due ore, fino a raggiungere l’appartamento di un’amica a Harlem. La sera, dopo che la metropolitana è stata parzialmente rimessa in funzione, siamo tornati a casa, mettendoci ore. Mentre comperavo il latte nel negozietto del quartiere dove abito, a Brooklyn, ho sentito un bambino che raccontava alla mamma come ha visto crollare le torri dalla scuola lì vicino e come tutti i bambini piangevano. Ora tutto sembra di nuovo sotto controllo, anche se si continua a dire che la vita dei newyorkesi – e degli americani in generale – non sarà più la stessa. Non si sa in quale misura, né quanti ambiti verranno toccati dagli avvenimenti di ieri, però certo è che non vi è più quel senso di invincibilità e di sicurezza che hanno dominato la quotidianità, le idee e le scelte politiche fino ad ora. Qui a New York sono in pochi ad approvare le allusioni che il presidente Bush ha fatto nel suo discorso di ieri riguardo eventuali rappresaglie militari da parte del governo americano, non solo contro chi ha organizzato gli attacchi, ma anche contro chi li ha fomentati e sostenuti. La gente desidera pace, sicurezza e – cosa forse non più possibile – un ritorno alla vita caotica ed elettrizzante di sempre.

* * *

Pompieri e fenici: nuovi eroi e miti
30 ottobre 2001, pubblicato sul Ferien Journal

Prima di iniziare questa testimonianza la voglio datare. Oggi è il 30 ottobre 2001, esattamente sette settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle del World Trade Center. Mi sembra importante datare il pezzo perché così tante cose ormai cambiano da un giorno all’altro.

Sono venuta a New York per vivervi il 26 agosto, circa due settimane prima degli eventi dell’11 settembre. Non avevo ancora un impiego. Sono venuta per inseguire il mio sogno di lavorare nel campo dell’editoria, nella città più elettricizzante e variegata che io conosca, nonché la capitale del mondo stampato. Una settimana dopo il mio arrivo avevo un lavoro presso la HarperCollins, una delle principali case editrici in lingua inglese. L’ufficio è sulla 53esima, dunque non nell’area colpita. La mattina dell’11, mentre il primo aereo si schiantava contro una delle torri, ero in metropolitana, diretta al lavoro. Era una mattina di sole a New York e la metropolitana era relativamente poco affollata. Una volta in ufficio, ho subito intuito che qualcosa di grosso era accaduto. Con una collega siamo salite al piano di sopra, dove qualcuno aveva una televisione. Una piccola folla era raccolta nell’ufficio e in corridoio. In silenzio abbiamo guardato le immagini trasmesse dalla CNN. Allibiti e increduli abbiamo visto le due torri sputare fuoco e gente per poi crollare. Era un avvenimento troppo enorme per assimilarlo, troppo inimmaginabile per potervi credere, perfino di fronte alle immagini indiscutibili della CNN. Per la prima volta, in questo paese che non tace un attimo, è regnato il silenzio. E per la prima volta questa nazione che si ferma a malapena il giorno di Natale si è arrestata.

Tante cose sono cambiate dall’11 settembre e tante, sorprendentemente, sono rimaste uguali. Certo è che è stata una grande lezione di umiltà. Ci si sentiva invincibili, lontani geograficamente dal resto del mondo e dunque al sicuro. Forse proprio per questo molti americani si sono interessati poco a ciò che accadeva nel resto del mondo, tanto meno alla politica estera esercitata dal governo federale negli ultimi cinquant’anni. L’ignoranza del contesto storico e politico alla radice dell’attacco terroristico di Osama bin Laden non finisce di stupirmi. L’altro giorno una signora ha chiesto a una mia amica: “Come mai ci odiano così tanto?”. Non ne aveva la più pallida idea.

Fin dal primo giorno, l’attacco è stato vissuto e riferito in cronaca come un affronto personale contro gli Stati Uniti e in particolare contro la libertà e la democrazia americane. Freedom e democracy, due parole sulla bocca di tutti, dal presidente alla parrucchiera russa del mio quartiere a Brooklyn. Termini complessi e carichi di simbolismo, apparsi in ogni articolo, trasmissione e conferenza stampa senza venir definiti né messi in discussione una sola volta. Democracy mi sembra particolarmente abusato poiché non vi è quasi dibattito critico né opposizione. I canali d’informazione esprimono una voce unica. La stampa ha deciso all’unanimità di autocensurarsi, non mostrando registrazioni di bin Laden, non passando in onda canzoni che potrebbero ferire la gente (come “Imagine” di John Lenon). Il presidente, criticato e bersagliato da caricaturisti e non prima dell’11, ora è intoccabile e le sue scelte indiscutibili. Ma più preoccupante è la mancanza di un’informazione completa e approfondita. Perfino gli organi indipendenti hanno impiegato due settimane a produrre servizi che veramente analizzassero i fatti e la situazione in Medio Oriente. Fatti di vitale importanza sono stati diffusi a sprazzi da organi d’informazione accessibili a una minoranza per lo più di intellettuali. I pochi che si informano e che guardano agli eventi con occhio critico sembrano aver paura di parlarne. Anche a me succede. Mi sento molto isolata nel mio modo di osservare gli avvenimenti, e ogni volta che metto in discussione una decisione del governo mi sento giudicata come una nemica, un’estranea all’unità percepita come la forza della nazione.

Beninteso, non che non si discuta di ciò che è avvenuto, anzi, ma le discussioni avvengono quasi esclusivamente sul piano emotivo. Questa città dalla fama tanto dura è stata toccata nel suo orgoglio, nella sua fiducia, nelle sue viscere, nei suoi affetti e non ha avuto paura, per una volta, di mettere a nudo i propri sentimenti. Non passa giorno senza che centrali dei pompieri oppure semplicemente tratti di marciapiede non vengano ricoperti di fiori, candele e oggetti cari. Non passa giorno senza una cerimonia commemorativa. E non passa nemmeno giorno senza che la metropolitana non resti bloccata per ore a causa di allarmi bomba nelle varie stazioni di Manhattan; senza l’ultimissima minaccia di carbonchio; senza che la presenza massiccia di polizia e truppe paramilitari non si faccia notare; senza che che un elicottero non pattugli la città di notte. L’aria nella Lower Manhattan puzza ancora, le strade sono ancora chiuse al traffico e la metropolitana non circola. Vi è inoltre allarme fra la popolazione perché il governo si contraddice e non sembra preparato a far fronte agli eventi. La vita della gente è cambiata nella sua quotidianità.

I newyorkesi, però, sono anche meno indifferenti verso gli altri. Un giorno, passando di fronte a una centrale dei pompieri, la mia amica si è messa a urlare dalla strada: “Siete fantastici, siete i miei eroi!”. Un pompiere ci è venuto incontro e ha abbracciato la mia amica, poi me. Ha chiamato i suoi colleghi che ci hanno pure abbracciate. Nel frattempo, tre altre persone si erano fermate a ringraziarli e pure loro hanno ricevuto abbracci. Ci siamo poi messi in cerchio, stretti l’uno all’altra, e abbiamo gridato, a turno: “Per la libertà… per la pace… per la giustizia… per la saggezza…”. E’ stato un momento unico, che mai scorderò. Un momento che un mese prima, in centro Manhattan, sarebbe stato impensabile. La gente è cambiata, e per molti versi in bene.

Kickstarter Project: The Beauty and Burden Behind Carnaval in Pernambuco

Posted in Camera, Jazz & Other Music, Travel on December 12th, 2012 by ndb – Be the first to comment

imageA few years ago, I published a short post featuring Brooklyn-based photographer Jason Gardner and his work on the Recife Carnaval. Since then, Jason has continued his travels to the northeast of Brazil and his explorations of the region’s unique music and cultural tradition.

Break.

Not sure all you have heard of Kickstarter, but in case you haven’t, it’s an online platform where artists, writers, game developers, and other creative people can seek funding for their projects. In a nutshell, creators set a goal: for example, I’m a documentary maker with a great script and footage, but I need $10,000 to complete my documentary and send it to festivals. I create a short presentation video (this is a must) and describe my project, which will be posted on the Kickstarter website. I set a financial goal ($10,000) and a deadline to reach that goal. If visitors find my pitch compelling, they can pledge money towards my project, in exchange for gifts related to the final work (a signed DVD, a ticket to the premiere night, etc.). If I manage to raise $10,000 within my deadline, the backers’ credit cards are charged and I can complete my project. Kickstarter takes a 5% fee. If I don’t successfully fund my project, nothing happens. Kickstarter claims that “44% of projects have reached their funding goals” to date, for a total of “over $350 million … pledged by more than 2.5 million people, funding more than 30,000 creative projects” since launch in April 2009. Pretty impressive. Here is more from the Kickstarter website, and there is plenty of interesting media coverage about it.

But to get back to Jason Gardner.

Jason recently launched a Kickstarter campaign to raise $20,000 to complete a self-published book of photographs and text showing the rich cultural heritage of Pernambuco–a work that he defines of “visual anthropology”. As I’m posting this, 139 backers pledged $10,918, just over 50% of the goal, with 17 more days to go (deadline is December 29, 2012). You can read more about the project, view the presentation video, and pledge here.

Гараж: The Garage Art Space in Moscow

Posted in Art, Travel on May 22nd, 2011 by ndb – Be the first to comment

I just visited my new favorite place in the world: the Garage Center for Contemporary Culture in Moscow. I’d read a long New Yorker article about its founder, Dasha Zhukova, and I always wanted to visit it. I was not disappointed. A former bus depot, the history and the building itself are as interesting as the exhibits. The structure – I learned – was designed in 1926 to accommodate 104 British buses that had just been purchased. The 8,500-square-meter building was planned so that the buses could enter on one end and exit at the other, without having to reverse. In disuse and on sale, it was acquired by then 27-year old Dasha Zhukova, allegedly with the financial help of her boyfriend and oil billionaire Roman Abramovich, and transformed into a hip gallery, its huge spaces ideal for featuring large works of art. When I visited the Garage last week, there were two exhibits on show: “Alternative Fashion before Glossies. 1985-1995″ (open until June 12), featuring photographs of post-perestroika alternative fashion, and “New York Minute” (open until June 5), featuring works by 50 (!) mostly young New York City artists. The latter is absolutely amazing, fun, clever, interactive, and interesting. If you happen to be in Moscow in the next two weeks, you must see it. If not, I’m sure the center will always have worthwhile shows on display, in addition to a great coffee shop and a rich program that includes free kids workshops on weekends, film series, and more. Kudos to Dasha!

Thin Places

Posted in Travel on April 9th, 2011 by ndb – 1 Comment

The following image was taken on the Belmullet Peninsula, in Co. Mayo, in North-Western Ireland, at the very tip of the world. The area is described as “tír sáile: a land where the salt laden winds from the Atlantic govern all things.” There I learned about “thin places”. The early Celts believed that certain geographical locations carried a very thin divide between past, present, and future. In such places, one could experience – even just for a moment – a more ancient reality within present time. I believe some of the places I visited on Belmullet Peninsula, including the one below, are “thin places”.
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Pura vida, mi amor!

Posted in Travel on January 30th, 2011 by ndb – Be the first to comment

IMG_0434by Vivien Gnekow De Bernardi

Preparing our luggage tags for Costa Rica was already orientation. The closest I could get to an address was “30 meters east of Giardino Tropical”. As we landed in Liberia, the low mountains and neat green land plots reminded me of Ireland, but 28°C (82°F) and an open air arrival area with birds building nests in the rafters quickly proclaimed the tropics.

The drive through the Nicoya peninsula to the Pacific coast took about an hour on a paved road, passing mountains with palm trees on top, followed by slightly more than an hour on an unpaved road, winding through jungle with vividly colored flowers, orange, yellow, red, purple, magenta. The small surfer town of Nosara, in the Guanacaste Province, is an explosion of natural beauty. There’s not much to do, but such a panoply of sights and sounds that I felt like some kind of primordial sponge fulfilled by simply absorbing.

On the narrow trail to the beach we listened attentively to rustles and sounds made by unfamiliar birds and animals, until hearing the first soft rush of waves. Then suddenly, spectacularly crashing waves on a dark sand beach took our breath away, as what seemed like half the village of Nosara gathered to watch the sun set. Every evening a different performance as clouds or clear sky determined the fiery scenario and everyone hoped to see the famous flash of green light as the sun’s rim sank out of view, darkness only ten minutes behind.

Early morning we’d wake to the growling roars of howler monkeys and sometimes be outside in time to see whole families swinging through the trees, munching the tender top leaves. Then we were off for a long but easy walk on the flat pristine beach, passing only a half dozen people or being passed by someone on horseback. Now I know where they film the travel commercials.

The town is small with a surfing school and, surprisingly, two yoga institutes, locally made jewelry and crafts, and a plethora of good open air restaurants with beautiful ceilings made from the hard wood of the guanacaste tree. The food is simple, fresh, and delicious: fruit smoothies and shade-grown coffee to accompany a hearty surfer breakfast or gallo pinto, the tasty local stir fry of rice and beans. We’d check email at the café and perhaps get distracted by an iguana climbing a nearby tree, or the singing of a magnificently crested multi-colored bird. Afternoons are warm, inviting naps rather than lunch, and in the evenings we’d have salad, fresh fish or free-range chicken with plantains or pasta. The local Ticos are friendly and gracious and don’t like confrontation or anger. I was startled at first but then enjoyed being called “mi amor” by the server.

Costa Rica is an unarmed democracy, the only Central American country that has never been ravaged by war. There’s very little violence or abject poverty, although we were warned about stealing. With strong governmental support for education, 98% literacy, and a university, Costa Rica’s four million citizens have the highest standard of living in Central America. There’s an excellent health care system available to all of its citizens. The Hospital Nacional de Niños (National Children’s Hospital), supported by Costa Rica’s only amusement park and an annual telethon, is one of the most specialized medical centers in Latin America, freely treating more than 320,000 children a year without regard to immigration status. Above all, Costa Rica is a nature lover’s paradise. At one point it had lost almost 80% of its rainforest, when the government stepped in and, with the help of U.S.-sponsored debt forgiveness, reforested more than 50%.

In 2008, Costa Rica was ranked as one of the top five nations in the world for environmental conservation. As a bridge between north and south in the Americas, where the animal species from two continents mingled, Costa Rica has the highest density in the world of wildlife species per 10,000 sq. km. One evening we were entranced watching what someone called “a grasshopper on steroids”, perhaps 12 cm (4.7 inches) long, as it explored the condo garden.

The next day, driving again on an unpaved road, we passed a young man dipping his bucket into a barrel of molasses, which he then tossed onto the ground to cut down on dust in front of a popular restaurant. We forged three rivers to reach the turtle refuge at Ostional Beach. Baby turtles were breaking out of their eggs to begin the dangerous trek towards the sea, with flocks of vultures waiting to attack. The baby turtles have to struggle on their own in order to develop their lung power and the dozen or so onlookers tried to ward off the birds. It was so touching to watch these small creatures launch themselves into the immense ocean! Towards evening we had the incredible good fortune of seeing a 50kg (110 lbs) female Olive Ridley turtle struggle up above the shore line and proceed to dig a huge hole, frequently stopping to catch her breath, before depositing more than 100 eggs. It’s not by chance that when the Ticos want to use the superlative to say something is wonderful, they say “pura vida”. Pure life, Costa Rica, mi amor!

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Vivien Gnekow De Bernardi is an American married to a Swiss, who lives in Ticino. She worked as a Special Ed teacher for 30 years and now gives her attention to her twin passions of reading and writing (when she’s not travelling!)

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Vultures waiting

Vultures waiting


Turtle laying eggs

Turtle laying eggs


Running for the sea

Running for the sea


Monkeys
12 cm grasshopper

12 cm grasshopper

Long Island City, Queens, NY

Posted in Camera, Travel on January 14th, 2011 by ndb – Be the first to comment

On the G and 7 subway lines, Gantry Plaza State Park, in Long Island City, Queens, right on the waterfront, is a former industrial space made into a burgeoning public park with great views of Manhattan. Here are some photographs by Rachael McCurdy.

3020 - Long Island City
Gantry Plaza State Park
Gantry PLaza State Park
Manhattan from Gantry Plaza State Park

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Rachael McCurdy was born in Marietta, Ohio, in 1976. She currently lives in Sunset Park, Brooklyn, and works as a social worker. She is surely already planning her next trip, which will involve some delicious street food.

The Best & Worst of 2010

Posted in Film, Jazz & Other Music, Literature & Libri, Travel on December 28th, 2010 by ndb – 1 Comment

futuresounds.comAs the end of the year approaches, the “Top of 2010″ lists proliferate. I will compile some of my own this year: The top 10 places I visited in 2010; The best surprises of 2010; The top 10 books I read this year; Best achievements of the year. But for the purpose of this blog, following are some more renowned lists, featuring the best & worst of the year and the decade–because lets not forget, we are at the end of a decade.

Music

Top 50 songs of 2010 – Rolling Stone
The 30 best albums of 2010 – Rolling Stone
The best music of 2010 – A.V. Club
The top 10 jazz albums of 2010 – NPR

Books

The 10 Best Books of 2010 – The New York Times
The best books of 2010 – The Economist
The best books of the year – The Guardian
I libri più belli del 2010 – La Repubblica (italiano)

Movies

The best films of the ’00s – A.V. Club
The 10 worst movies of 2010 – Rolling Stone

Travel

The best travel books of 2010 – WorldHum
The 2010 best travel apps for the iPhone – TNW
The 2010 dirtiest hotels – Tripadvisor

And for those already looking ahead, here are some of the top destinations for 2011:

Top 10 places to visit in 2011 – Rough Guide
Top 10 countries for 2011 – Lonely Planet
Top 10 backpacking travel destinations for 2011 – Off Track Planet

Couch surfing anche in Ticino

Posted in Ticino (non-Vallemaggia), Travel on November 15th, 2010 by ndb – 1 Comment

Remo e Ester, couch surfer

Remo e Ester, couch surfer

Remo, 32 anni, insegnante e gestore di progetti informatici nel locarnese, e Esther, 29 anni, studente di lettere a Ginevra, si sono incontrati oggi per la prima volta. Eppure Esther passerà la notte sul divano di Remo, senza dovergli nulla in cambio. Entrambi sono couch surfer, cioè appartengono a una comunità internazionale con più di un millione di membri il cui scopo è offrire un network di posti-letto gratuiti (un divano o una camera) in cambio di una birra, la spesa per la colazione, oppure un semplice scambio d’amicizia. Il tutto tramite un sito internet che permette sia all’ospite sia al padrone di casa di lasciare feedback sull’esperienza passata. “Il sistema – spiega Remo – è semplice. Chiunque può iscriversi e diventare utente. Chi desidera, può fare una donazione di $10 tramite carta di credito. La donazione costituisce una sicurezza in più poiché permette di verificare l’esistenza e il domicilio della persona, diventando quindi verified user e acquistando così anche il diritto di dare un voto alla persona che ti ha ospitato o che hai ospitato. Un ulteriore sistema di controllo è quello dell’esperienza diretta: se conosci una persona perché vivi nella stessa zona o perché ti hanno ospitato, puoi dare loro un voucher. Quando ricevi tre voucher, diventi un vouched user e hai a tua volta la possibilità di garantire per gli altri.”

Non sembra evidente lasciar entrare un estraneo nella propria intimità, eppure sia Remo sia Esther hanno avuto esperienze sempre positive. Ester è alla sua seconda esperienza come ospite e voleva passare un weekend diverso e conoscere il sud delle alpi, così ha scritto a Remo tramite www.couchsurfing.org. Remo è un membro molto attivo: in due anni è stato ospitato a Zurigo, Ginevra e New Dehli; ha conosciuto altri couch surfer in Gahna e in Cina (senza però stare da loro); e ha ospitato couch surfer da tutto il mondo, fra cui Argentina, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Lituania e Svizzera interna. “Una volta ho perfino ospitato una ragazza di Mendrisio che era venuta a Locarno per una festa – spiega Remo. – Un’altra volta, invece, sono stato contattato da una docente di Berna che era in Ticino con la sua classe, così ho passato il pomeriggio a mostrargli il castello, spiegar loro le origini del Delta, perché qua si parla italiano, eccetera.”

“Una delle esperienze più belle – racconta Remo – l’ho fatta ospitando tre mormoni americani. La prima cosa che ho fatto quando sono arrivati era offrir loro qualcosa da bere e quando mi hanno detto che non bevevano alcol per una questione di religione ci sono rimasto malissimo. Eppure erano dei pazzi e ci siamo divertiti molto assieme quella sera. Il giorno dopo sono andati a fare bungee jumping in Val Verzasca, ma quando domenica ho proposto loro una gita in montagna, mi hanno detto che avevano altri piani: sarebbero andati fino a Chiasso, dove avevano trovato una chiesa mormona che celebrava la messa quella mattina.” Anche Esther si è sempre trovata bene, sia come ospite sia come ospitante: “Abbiamo sempre parlato bene, mangiato bene e scambiato molte esperienze. Una volta stavo ospitando un ragazzo di Soletta ed è venuto con me a comprare una macchina fotografica per un viaggio che stavo per fare. Per ringraziarmi dell’ospitalità mi ha comprato la custodia. Il suo gesto che mi ha toccato molto perché assolutamente non mi doveva nulla. Quando sono andata a trovarlo a Soletta, mi ha mostrato la sua città dedicandomi un’intera giornata. Ha messo la sua vita a mia disposizione! Si parla sempre di accoglienza e apertura verso gli altri, ma quando si tratta di aprire la porta a uno sconosciuto non è così evidente. Bisogna confrontarsi con i propri preconcetti e si scroprono molte cose anche su se stessi.”

Remo di esperienze negative non ha mai avute, ma forse quella che l’ha meno soddisfatto è stato quando ha ospitato due ragazze che erano venute per il Festival del Film e cercavano solamente un posto dove dormire, senza dimostrare quello spirito di scambio che è l’anima del couch surfing. Ed è proprio questo scambio umano gratuito e spontaneo l’aspetto che sembra più arricchire i couch surfer, oltre al vantaggio economico.

A livello di statistiche, la percentuale più alta di couch surfer ha fra i 18 e i 34 anni e vive in Europa. In Ticino ci sono circa 120 couch surfer, di cui una decina nel locarnese.

Booksellers along the Seine

Posted in Literature & Libri, Travel on October 19th, 2010 by ndb – Be the first to comment

A <i>bouquiniste</i> near Pont Neuf (Paris)

A bouquiniste near Pont Neuf (Paris)

For all of you book lovers who may have an e-book reader but are still intoxicated by the smell and feel of old books, here is an interesting article from Publishing Perspectives about the bouquinistes, the antique and used books resellers that you find near Pont Neuf in Paris, who recently started selling souvenirs (this seems to be what the market demands) but are getting in trouble for that.

Read the article here.

Urban Recycling in New York City

Posted in Art, Camera, Travel on October 1st, 2010 by ndb – Be the first to comment
The High Line

The High Line

In a recent trip to New York, I had lots of fun exploring something *NEW* that wasn’t there three years ago. Such place is The High Line, old elevated train tracks on Manhattan’s West Side, recently turned into a park. The place gives you an amazingly different view of Manhattan and its eclectic architecture, mixing old and new, and it is also itself a place of art & design.

The history of the tracks themselves is fascinating: the High Line was originally constructed in the 1930s to lift dangerous freight trains off Manhattan’s streets—apparently there were so many fatalities that the area was nicknamed “Death Avenue”. The tracks were in use until 1980, when the last train ran carrying a trainload of frozen turkeys (I just had to add that!). Check out the official website for historical pictures (and make sure you start from the end).

The High Line is one mile and a half long and runs from Gansevoort St. in the Meatpacking District to 34th St., between 10th & 11th Ave. Currently, only the first section is open to the public, running from Gansevoort St., right behind Chelsea Market (one of my favorite places in the City!) to 20th St., close to the art galleries part of Chelsea. Section 2, from 20th St. to 30th St., is scheduled to open in 2011.

The architectural concept behind the park is that of “integrated landscape”, combining concrete pathways and steel tracks & railings with native flowers, grass, and shrubs. The park also displays temporary artwork that is somehow connected to the site.

Click here for a detailed map.

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