1888: Rete telegrafica in Ticino

Posted in Ticino (non-Vallemaggia), Vallemaggia (Ticino) on August 13th, 2013 by ndb – 1 Comment

In una vecchia scatola trovata in casa prima dei lavori di restauro ho scovato la cartina sotto raffigurante la rete telegrafica in Ticino nel 1888. Oggi la rete internet a Lodano (Bassa Vallemaggia) raggiunge una velocità di allacciamento di soli 2′400 kbit/secondo: una vergogna per il 2013. Nel 1888 la rete telegrafica raggiungeva Broglio, Fusio, e perfino l’Ospizio del San Gottardo. Swisscom e il Comune di Maggia avrebbero da imparare!

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Moderni cavalieri medievali

Posted in Other / Altro on August 5th, 2013 by ndb – Be the first to comment

IMG_8763Sandro Bizzozzero ha 19 anni e sta per finire l’apprendistato come impiegato di commercio in dettaglio, venditore carne. Come me, è cresciuto a Lodano, in Vallemaggia. Da qualche tempo quando passo da casa sua mi capita di vedere costumi medievali appesi ad asciugare in terrazza. Un giorno, qualche mese fa, ho visto Sandro e un amico che zappavano un campo in piena armatura da battaglia. Poi, recentemente, i due che si battevano con la spada vicino al recinto delle oche, all’entrata del paese, sempre vestiti da cavalieri antichi, compreso l’elmo.

Sandro è appassionato di storia e nel tempo libero partecipa a tornei e combattimenti medievali e vichinghi in tutta Europa. Nel suo armadio ci sono loriche, sovracotte, bracciali, brigantine, gambeson, guanti in ferro, infule e imbottiture varie. In un angolo una spada ad una mano, uno scudo e un elmo.

IMG_8822L’HMB (Historical Medieval Battles), in alcuni casi anche detto WMFC (World Medieval Fighting Combat), consiste in combattimenti corpo-a-corpo – singoli o in gruppo – effettuati con armi e costumi storici, soprattutto tardo medievali (fine ‘300 – inizio ‘400) ma anche dei periodi precedenti, a cui partecipa un pubblico di spettatori. Ogni team o combattente sceglie un periodo storico e un’area geografica e combatte con gruppi o individui di simili periodi. Armi e costumi devono essere conformi a quel periodo e rigorosamente documentati. La cosa forse più strabiliante è che le armi sono d’acciaio, con le punte smussate in modo da non recare lesioni o traumi gravi, ma i colpi vengono inflitti con forza e lo scopo rimane quello di incapacitare l’avversario. “L’avversario è a terra quando è letteralmente KO oppure quando tocca terra con tre arti. E’ uno sport violento, che fa male, più duro della box, ma a me piace perché – oltre alla passione per l’aspetto storico – quando combatto sento pura adrenalina. In battaglia non ho paura: vado e basta. Molti partecipanti sono ex-militari, poliziotti, oppure marines. Bisogna essere un po’ pazzi per praticare questa disciplina! C’è addirittura un’assicurazione che si può stipulare in occasione dei campionati mondiali e che dura quattro giorni.”

IMG_8847Il combattimento a contatto pieno, in armatura, nasce da rievocazioni storiche, ovviamente quest’ultime in versione mite, con armi più fini e leggere. In passato questo tipo di combattimento era popolare soprattutto nei paesi dell’ex-URSS e solo nel 2010 si è tenuta la prima competizione su scala internazionale, il Battle of the Nations, a cui quest’anno hanno partecipato 450 combattenti provenienti da 22 nazioni. “Gli atleti migliori vengono dalla Russia, dove lo Stato ’sponsorizza’ addirittura la nazionale, oppure dai paesi dell’ex-URSS, come la Polonia e l’Ucraina.” La competizione si svolge durante quattro giorni ed è suddivisa in quattro categorie: 1-contro-1 triathlon (tre round di 90 secondi con armi diverse), 5-contro-5 e 21-contro-21 (entrambe due round che durano fino a quando non vi è un vincitore) e l’amichevole tutti-contro-tutti (che dura fino a dieci minuti e a cui possono partecipare anche le donne). A partire dall’anno prossimo ci sarà inoltre la categoria 1-contro-1 triathlon per sole donne.

IMG_8828Il Battle of the Nations è il primo torneo aperto alle nazioni di tutto il mondo a permettere l’utilizzo dell’armatura in acciaio, rendendo il combattimento più pericoloso e, in un certo senso, violento. D’altro canto, l’esistenza di regole precise e lo statuto internazionale, con i relativi controlli all’entrata e durante i combattimenti, limitano le lesioni. “La lama può avere un peso massimo di 1.8 kg e la punta deve essere rotonda almeno come una moneta da due euro. Nell’1-contro-1 ogni colpo vale un tot di punti, ad esempio x punti per ogni colpo alle gambe o per ogni persona buttata fuori dalla lizza.” Alcune parti sono off-limits, come le mani e il retro del ginocchio, mentre colpire la testa – sorprendentemente – è permesso. “Per prepararci ai cambattimenti studiamo le tecniche e le regole storiche, come il testo del mercenario tedesco Hans Talhoffer. Ovviamente non applichiamo i suoi suggerimenti per uccidere, ma per evitare le mosse più pericolose.”

IMG_8803Oltre all’aspetto atletico vi è quello storico. I tornei, infatti, si svolgono in luoghi d’importanza storica come castelli, arene oppure siti di battaglie famose. I combattenti portano repliche di costumi e armature storicamente accurati. “Ogni team deve presentare, su richiesta, la documentazione che certifica l’autenticità storica dei costumi e delle armi. Il nostro gruppo, ad esempio, si è valso dell’esperienza dello storico e archeologo ticinese Stefan Lehmann.” Attorno agli accessori vi è tutto un business. “La mia armatura costa più di mille franchi, ma ci sono persone che spendono molto di più. La mia spada è di ferro e l’ho battuta assieme a un collega dell’Italian Team. I vestiti, invece, provengono dall’Italia. Molti combattenti si procurano il materiale su internet oppure durante i tornei. Fuori dal luogo di combattimento c’è il campo con le tende dove alloggiano la maggior parte dei partecipanti. Ci sono molte bancarelle di artigiani, soprattutto provenienti dall’Europa dell’Est ma anche dagli Stati Uniti, che vendono armi, costumi oppure offrono i propri servizi per riparazioni, ritocchi e decorazioni.”

IMG_8774Anche l’accampamento segue un certo rigore storico. Bisogna infatti vestirsi con abbigliamenti storici e cercare – nel limite del possibile – di non utilizzare materiale, posate o cibo contemporanei (o perlomeno non metterli in vista). Ogni gruppo ha la propria tenda o zona di tende, con la bandiera della nazione (moderna) da cui proviene. Oltre ai combattenti, vi sono accompagnatori, massaggiatori e artigiani che sistemano le armature. La sera, soprattutto prima delle giornate di gara, l’ambiente è sportivo: niente alcol o droghe e tutti a letto presto.

Per partecipare a tornei e sfide bisogna avere 18 anni, pagarsi il viaggio e avere il coraggio di entrare in campo. Sandro si allena e studia da circa quattro anni, ma solo quest’anno ha potuto partecipare al Battle of the Nations, svoltosi in aprile 2013 nel sud della Francia. Ha inoltre partecipato a una manifestazione vichinga in Polonia e a una in Germania. Per prepararsi corre regolarmente e alza pesi in palestra, oltre ad allenarsi ogni domenica con un compagno e ad aver seguito lezioni sulle tecniche di combattimento. “Correre mi serve nel 5-contro-5 dove fungo da runner, cioè quello che aggira l’avversario e colpisce alle spalle oppure quello che protegge chi combatte con l’arma in asta. Nell’1-contro-1, invece, uso l’arma a due mani e il combattimento in questo caso è più tecnico. Il mio ex-allenatore, Mirko Magnezzo, è membro della nazionale italiana.”

IMG_8874Domenica 28 luglio 2013 ho avuto la possibilità di partecipare a un allenamento. Al raduno cinque cavalieri medievali moderni: oltre a Sandro erano presenti Franco, 26 anni, ticinese, di professione assistente di farmacia; Luca, 19 anni, ticinese, boscaiolo; Markus, 38 anni, austriaco, gestisce un ristorante nel Canton Berna; e Jarek, 26 anni, polacco, tecnico di sistemi di sicurezza. E’ stata un’esperienza fuori di testa, un vero viaggio nel tempo, in un passato molto lontano. Mi hanno colpito particolarmente le minuzie della preparazione, l’incredibile quantità di attrezzatura e di singoli componenti, il peso delle armi, il tempo che ci vuole per prepararsi, strato dopo strato, laccio su laccio, testando la scioltezza dei movimenti, la visibilità e la comodità di tanto ferro sulla pelle. Ho capito l’importanza degli aiutanti per legare, controllare, aggiustare, limare, perfezionare, avvisare. Il combattimento è goffo e brutale allo stesso tempo, dominato dal chiasso del ferro che batte contro il ferro, soprattutto quando i combattenti cadono e rotolano per terra l’uno sull’altro. “La cosa che i più non sanno è che quello che facciamo noi non è nient’altro che ciò che facevano i soldati nel medioevo. I paggi erano chiave e ad ogni battaglia c’erano quasi più aiutanti di cavalieri.”

IMG_8862Oltre agli allenamenti, Sandro si sta attivando per finire di creare la nazionale svizzera (Team Helvetia), la Federazione svizzera e il Club Ticino con l’intenzione di partecipare a combattimenti sia vichinghi sia medievali. Finora in Ticino e in Svizzera sono pochi gli appassionati di combattimento medievale. “In Svizzera tedesca ci sono alcune scuole, ma il combattimento è leggero, senza pugni e calci e dove sono permessi solo colpi di poca forza.” In Ticino c’è una manifestazione annuale di rievocazione medievale (XII secolo) chiamata “La Spada nella rocca”, che da quasi 15 anni si svolge all’interno dei castelli di Bellinzona. “È una manifestazione culturale ed enogastronomica, con un combattimento, il Torneo dei cavallieri, che però è teatrale.” Il sogno nel cassetto di Sandro: organizzare un torneo internazionale a Maggia. “Penso sarebbe il posto ideale perchè l’ambiente circostante è relativamente intatto, un aspetto molto importante anche per il pubblico.”

Questo tipo di combattimento, che unisce le arti marziali occidentali con le tecniche della lotta, è una delle discipline più brutali al mondo. Per partecipare bisogna essere coraggiosi, e – come dice Sandro – un po’ pazzi. Eppure vi è un numero sempre crescente di appassionati di cui sentiremo certamente ancora parlare.


IMG_8824IL COSTUME

La sovracotta o lorica, con lo stemma, va sopra l’armatura e serve a distinguere la compagnia a cui appartiene il combattente (non c’è nella foto accanto). Nei combattimenti internazionali odierni figura la nazione di provenienza.
Sotto vi è la brigantina (piastre di ferro ricoperte da un pezzo di cuoio che coprono il petto e la schiena, vedi foto) oppure l’armatura completa in ferro.
Sotto l’armatura vi è il gambeson, l’imbottitura attorno al petto che serve per attuire i colpi.
In testa l’infula imbottita (una sorta di cappuccio), poi l’elmo. In alcuni periodi storici, sotto l’elmo veniva utilizzato il camaglio, una protezione formata da anelli di ferro intrecciati a maglia (vedi foto accanto).
Le gambe sono pure imbottite e protette dall’armatura in ferro (questo per i soldati più ricchi).
Ai piedi, scarpe storiche di cuoio oppure scarponi da montagna moderni rivestiti in ferro. Guanti e occhiali da combattimento o lenti a contatto per chi non vede bene. Calze e mutande moderne sono permesse. “In qualsiasi periodo dell’anno, all’interno della mia armatura – che è spessa 2 mm e pesa circa 25 kg – vi sono 30 gradi”.


LINK

Ecco alcuni video dell’allenamento del 28 agosto:
Fighting1-28AUG2013
Fighting2-28AUG2013
Fighting3-28AUG2013
Fighting4-NienteGambe-28AUG2013

Altri link:
Battle of the Nations, Best Fighting Action video
Battle of the Nations home page
Italian Team website
Due video, sul sito della nazionale americana, con le mosse permesse e quelle proibite

11-9: Diario newyorkese

Posted in Travel on July 4th, 2013 by ndb – Be the first to comment
Manhattan il giorno dopo, 12 settembre 2001

Manhattan il giorno dopo, 12 settembre 2001

Ho ritrovato nel mio archivio due testimonianze che avevo scritto da New York poco dopo la caduta delle Torri Gemelle e che, a più di dieci anni di distanza, mi sembrano storicamente interessanti. Non mi è mai piaciuto molto parlare dell’11 settembre perché troppo è stato detto e fatto: troppo che non condividevo. Per me è stata un’esperienza quasi irreale, in un momento che segnava l’inizio della mia carriera nell’editoria e di anni bellissimi trascorsi a New York. Dopo gli eventi dell’11 settembre i miei amici in Svizzera insistevano affinché tornassi subito a casa, ma non se ne parlava nemmeno. Non avevo paura. Io volevo vivere lì. Nonostante tutto. E ho fatto bene a restare.

Mercoledì mattina, da New York
12 settembre 2001, pubblicato sul Corriere del Ticino

Ci si sentiva tanto al sicuro eppure è successo anche qui. Un attacco venuto dall’esterno. Avvenimenti che lasciano costernati e increduli. Una grande lezione di umiltà. È il giorno dopo, una mattina di sole a Manhattan. La città si rimette in moto, per quel che può. Tutto è chiuso Downtown, nella landa che è ora il Financial Center, e le strade sono sbarrate a sud della 14esima. Alcune linee della metropolitana, però, sono di nuovo in funzione. I caffé Uptown, come pure le banche, sono aperti, ma i negozi restano chiusi e le strade – solitamente intasate dal traffico – sono vuote. Nell’edificio dove lavoro, sulla 53esima, lavorano circa duecento persone, di cui tre quarti presenti. In ufficio si parla solo dei fatti di ieri. Ognuno ha una storia da raccontare. Chi ha un amico che è riuscito a salvarsi, uscendo in tempo e nascondendosi sotto un cespuglio, coprendosi con la maglietta per cercare di respirare; chi non ha potuto tornare alla propria abitazione a causa del fumo e del rischio di altri crolli; chi ha impiegato l’intera giornata per uscire da Manhattan e tornare a casa. E poi vi è chi al lavoro non è venuto, perché non ha potuto raggiungere il centro (ponti, strade e tunnel sono ancora chiusi al traffico) oppure perché ha perso persone care nella tragedia. Molti sono i dispersi e gli amici di cui non si ha ancora avuto notizie: a causa delle reti telefoniche intasate è infatti difficile telefonare. Noi ieri, dopo l’attacco e il crollo della prima torre, abbiamo lasciato l’edificio per paura di altre offensive, magari al Rockefeller Center, a due passi da qui. Abbiamo camminato via dal centro, via da siti ed edifici importanti, per più di due ore, fino a raggiungere l’appartamento di un’amica a Harlem. La sera, dopo che la metropolitana è stata parzialmente rimessa in funzione, siamo tornati a casa, mettendoci ore. Mentre comperavo il latte nel negozietto del quartiere dove abito, a Brooklyn, ho sentito un bambino che raccontava alla mamma come ha visto crollare le torri dalla scuola lì vicino e come tutti i bambini piangevano. Ora tutto sembra di nuovo sotto controllo, anche se si continua a dire che la vita dei newyorkesi – e degli americani in generale – non sarà più la stessa. Non si sa in quale misura, né quanti ambiti verranno toccati dagli avvenimenti di ieri, però certo è che non vi è più quel senso di invincibilità e di sicurezza che hanno dominato la quotidianità, le idee e le scelte politiche fino ad ora. Qui a New York sono in pochi ad approvare le allusioni che il presidente Bush ha fatto nel suo discorso di ieri riguardo eventuali rappresaglie militari da parte del governo americano, non solo contro chi ha organizzato gli attacchi, ma anche contro chi li ha fomentati e sostenuti. La gente desidera pace, sicurezza e – cosa forse non più possibile – un ritorno alla vita caotica ed elettrizzante di sempre.

* * *

Pompieri e fenici: nuovi eroi e miti
30 ottobre 2001, pubblicato sul Ferien Journal

Prima di iniziare questa testimonianza la voglio datare. Oggi è il 30 ottobre 2001, esattamente sette settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle del World Trade Center. Mi sembra importante datare il pezzo perché così tante cose ormai cambiano da un giorno all’altro.

Sono venuta a New York per vivervi il 26 agosto, circa due settimane prima degli eventi dell’11 settembre. Non avevo ancora un impiego. Sono venuta per inseguire il mio sogno di lavorare nel campo dell’editoria, nella città più elettricizzante e variegata che io conosca, nonché la capitale del mondo stampato. Una settimana dopo il mio arrivo avevo un lavoro presso la HarperCollins, una delle principali case editrici in lingua inglese. L’ufficio è sulla 53esima, dunque non nell’area colpita. La mattina dell’11, mentre il primo aereo si schiantava contro una delle torri, ero in metropolitana, diretta al lavoro. Era una mattina di sole a New York e la metropolitana era relativamente poco affollata. Una volta in ufficio, ho subito intuito che qualcosa di grosso era accaduto. Con una collega siamo salite al piano di sopra, dove qualcuno aveva una televisione. Una piccola folla era raccolta nell’ufficio e in corridoio. In silenzio abbiamo guardato le immagini trasmesse dalla CNN. Allibiti e increduli abbiamo visto le due torri sputare fuoco e gente per poi crollare. Era un avvenimento troppo enorme per assimilarlo, troppo inimmaginabile per potervi credere, perfino di fronte alle immagini indiscutibili della CNN. Per la prima volta, in questo paese che non tace un attimo, è regnato il silenzio. E per la prima volta questa nazione che si ferma a malapena il giorno di Natale si è arrestata.

Tante cose sono cambiate dall’11 settembre e tante, sorprendentemente, sono rimaste uguali. Certo è che è stata una grande lezione di umiltà. Ci si sentiva invincibili, lontani geograficamente dal resto del mondo e dunque al sicuro. Forse proprio per questo molti americani si sono interessati poco a ciò che accadeva nel resto del mondo, tanto meno alla politica estera esercitata dal governo federale negli ultimi cinquant’anni. L’ignoranza del contesto storico e politico alla radice dell’attacco terroristico di Osama bin Laden non finisce di stupirmi. L’altro giorno una signora ha chiesto a una mia amica: “Come mai ci odiano così tanto?”. Non ne aveva la più pallida idea.

Fin dal primo giorno, l’attacco è stato vissuto e riferito in cronaca come un affronto personale contro gli Stati Uniti e in particolare contro la libertà e la democrazia americane. Freedom e democracy, due parole sulla bocca di tutti, dal presidente alla parrucchiera russa del mio quartiere a Brooklyn. Termini complessi e carichi di simbolismo, apparsi in ogni articolo, trasmissione e conferenza stampa senza venir definiti né messi in discussione una sola volta. Democracy mi sembra particolarmente abusato poiché non vi è quasi dibattito critico né opposizione. I canali d’informazione esprimono una voce unica. La stampa ha deciso all’unanimità di autocensurarsi, non mostrando registrazioni di bin Laden, non passando in onda canzoni che potrebbero ferire la gente (come “Imagine” di John Lenon). Il presidente, criticato e bersagliato da caricaturisti e non prima dell’11, ora è intoccabile e le sue scelte indiscutibili. Ma più preoccupante è la mancanza di un’informazione completa e approfondita. Perfino gli organi indipendenti hanno impiegato due settimane a produrre servizi che veramente analizzassero i fatti e la situazione in Medio Oriente. Fatti di vitale importanza sono stati diffusi a sprazzi da organi d’informazione accessibili a una minoranza per lo più di intellettuali. I pochi che si informano e che guardano agli eventi con occhio critico sembrano aver paura di parlarne. Anche a me succede. Mi sento molto isolata nel mio modo di osservare gli avvenimenti, e ogni volta che metto in discussione una decisione del governo mi sento giudicata come una nemica, un’estranea all’unità percepita come la forza della nazione.

Beninteso, non che non si discuta di ciò che è avvenuto, anzi, ma le discussioni avvengono quasi esclusivamente sul piano emotivo. Questa città dalla fama tanto dura è stata toccata nel suo orgoglio, nella sua fiducia, nelle sue viscere, nei suoi affetti e non ha avuto paura, per una volta, di mettere a nudo i propri sentimenti. Non passa giorno senza che centrali dei pompieri oppure semplicemente tratti di marciapiede non vengano ricoperti di fiori, candele e oggetti cari. Non passa giorno senza una cerimonia commemorativa. E non passa nemmeno giorno senza che la metropolitana non resti bloccata per ore a causa di allarmi bomba nelle varie stazioni di Manhattan; senza l’ultimissima minaccia di carbonchio; senza che la presenza massiccia di polizia e truppe paramilitari non si faccia notare; senza che che un elicottero non pattugli la città di notte. L’aria nella Lower Manhattan puzza ancora, le strade sono ancora chiuse al traffico e la metropolitana non circola. Vi è inoltre allarme fra la popolazione perché il governo si contraddice e non sembra preparato a far fronte agli eventi. La vita della gente è cambiata nella sua quotidianità.

I newyorkesi, però, sono anche meno indifferenti verso gli altri. Un giorno, passando di fronte a una centrale dei pompieri, la mia amica si è messa a urlare dalla strada: “Siete fantastici, siete i miei eroi!”. Un pompiere ci è venuto incontro e ha abbracciato la mia amica, poi me. Ha chiamato i suoi colleghi che ci hanno pure abbracciate. Nel frattempo, tre altre persone si erano fermate a ringraziarli e pure loro hanno ricevuto abbracci. Ci siamo poi messi in cerchio, stretti l’uno all’altra, e abbiamo gridato, a turno: “Per la libertà… per la pace… per la giustizia… per la saggezza…”. E’ stato un momento unico, che mai scorderò. Un momento che un mese prima, in centro Manhattan, sarebbe stato impensabile. La gente è cambiata, e per molti versi in bene.

Il mito della mamma in carriera

Posted in Other / Altro on June 20th, 2013 by ndb – Be the first to comment

photoDedico la seguente lettera, pubblicata sul Corriere del Ticino il 25 aprile 2013, ai miei figli Florina e Julian, con l’auspicio che possano trovarsi da adulti in una realtà in cui le gioie e le responsabilità del lavoro e della famiglia vengono condivise in modo equo e indiscusso. Auguro in particolare a Julian di avere tutte le opportunità per essere un padre presente.

Vorrei far notare che il mito espresso da Michele Fazioli nel suo “Piccolo elogio della madre casalinga” (CdT, 22 aprile 2013) è circoscritto geograficamente e, soprattutto, storicamente. L’immagine del bambino che torna da scuola per trovare “la porta aperta, la mamma a casa e la merenda pronta” in realtà appartiene a pochi decenni del secolo scorso. Storicamente, anche da noi, le donne hanno sempre lavorato: nei campi, all’alpe, nelle fabbriche, in ufficio. Vorrei proporre un mito alternativo: una bambina (la mia) torna a casa dall’asilo nido poco prima di cena. E’ contenta perché ha giocato tutto il giorno con altri bambini. La mamma ha lavorato. E’ stanca ma soddisfatta. E’ impegnativo lavorare e crescere una famiglia, ma la sua professione le dà tante soddisfazioni e quando sta con i figli è presente e si gode ogni attimo. La bambina cresce imparando che tutte le porte sono aperte.

Kickstarter Project: The Beauty and Burden Behind Carnaval in Pernambuco

Posted in Camera, Jazz & Other Music, Travel on December 12th, 2012 by ndb – Be the first to comment

imageA few years ago, I published a short post featuring Brooklyn-based photographer Jason Gardner and his work on the Recife Carnaval. Since then, Jason has continued his travels to the northeast of Brazil and his explorations of the region’s unique music and cultural tradition.

Break.

Not sure all you have heard of Kickstarter, but in case you haven’t, it’s an online platform where artists, writers, game developers, and other creative people can seek funding for their projects. In a nutshell, creators set a goal: for example, I’m a documentary maker with a great script and footage, but I need $10,000 to complete my documentary and send it to festivals. I create a short presentation video (this is a must) and describe my project, which will be posted on the Kickstarter website. I set a financial goal ($10,000) and a deadline to reach that goal. If visitors find my pitch compelling, they can pledge money towards my project, in exchange for gifts related to the final work (a signed DVD, a ticket to the premiere night, etc.). If I manage to raise $10,000 within my deadline, the backers’ credit cards are charged and I can complete my project. Kickstarter takes a 5% fee. If I don’t successfully fund my project, nothing happens. Kickstarter claims that “44% of projects have reached their funding goals” to date, for a total of “over $350 million … pledged by more than 2.5 million people, funding more than 30,000 creative projects” since launch in April 2009. Pretty impressive. Here is more from the Kickstarter website, and there is plenty of interesting media coverage about it.

But to get back to Jason Gardner.

Jason recently launched a Kickstarter campaign to raise $20,000 to complete a self-published book of photographs and text showing the rich cultural heritage of Pernambuco–a work that he defines of “visual anthropology”. As I’m posting this, 139 backers pledged $10,918, just over 50% of the goal, with 17 more days to go (deadline is December 29, 2012). You can read more about the project, view the presentation video, and pledge here.

Documentary on Ticino Emigration to California to Preview in Fairfax, CA

Posted in Emigrazione (ticinese e non) in California on November 6th, 2012 by ndb – Be the first to comment

photoLast night, the Italian version of Dreaming of California (Sognando la California) previewed in Locarno, Ticino, Switzerland in an absolutely full cinema. The 30-minute documentary by director Giancarlo Conti is based on a true family story, narrated – in the documentary – by Gabriele Maccarinelli from Maggia. After finding old letters in the family home in Maggia, Gabriele and his wife Patrizia set out to follow the footsteps of his great-uncle Fridolino Lafranchi, who – in 1910 – left Maggia to emigrate to California, where he eventually became a ranch owner. Fridolino’s three grandsons Randy, Scott, and Rick Lafranchi all work on the 1,150 acre family ranch in Nicasio. Today, the Nicasio Valley Cheese Company produces award-winning cheeses made from organic milk, following traditional recipes from Vallemaggia (including a formagella!) The documentary also features Maggia cheesemaker Maurizio Lorenzetti, who regularly consults for the Lafranchis on making cheese the traditional Swiss-Italian way.

The personal story of Fridolino and his descendants, however, is only the thread that weaves together a larger story of Ticino emigration to California. The documentary, in fact, shows interviews with Ticino historians Giorgio Cheda and Bruno Donati, as well as Ellis Island Foundation historian Barry Moreno, author of several books on immigration to Ellis Island.

As Giorgio Cheda explained during the presentation evening, between 1850 and 1950, 27′000 ticinesi emigrated to California to seek new opportunites. Of these, 1′000 became land-owners, building a small fortune. The conditions the emigranti were fleeing are explained by Bruno Donati in the documentary, while Barry Moreno explains in detail the process and procedures upon arrival at Ellis Island.

The film is beautifully shot, moving back and forth between images from the past and scenes from the present–from Ticino to Ellis Island, from New York to San Francisco and Marin County.

A preview of the English version of the documentary (translated by yours truly) will screen at the Cinema West in Fairfax, California, on Monday, November 12, 2012 at 7 PM. The documentary will also be featured during a San Francisco film festival in spring 2013. The Italian version will be made available to the public in the fall of 2013.

Locarno, 1907

Posted in Ticino (non-Vallemaggia) on August 20th, 2012 by ndb – Be the first to comment

locarno1907

Per visionare altre foto interessanti di Locarno e dintorni, dagli inizi del ‘900 ma anche degli anni ‘60, visitate il gruppo su Facebook “Questa Era Locarno”. Ne vale la pena!

Ragazzi che amano ragazzi

Posted in Literature & Libri on June 1st, 2012 by ndb – Be the first to comment

3530401Ho letto Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini tutto d’un fiato e mi ha commosso moltissimo. Sono sedici storie vere, dure, sincere, coraggiose, tenere, sofferte, intime di ragazzi che amano ragazzi. Testimonianze raccolte nel 1991 e narrate in prima persona, che vent’anni dopo sono ancora attualissime. Una cosa che mi ha colpito particolarmente è da un lato il sentimento doloroso di sentirsi diversi nella propria omosessualità e la difficoltà nel farsi capire e accettare dalla famiglia, e dall’altro il sogno di trovare l’amore e il senso di solitudine accompagnato dal desiderio di appartenere: a qualcuno, sì, ma anche di appartenere in senso esistenziale. Quello che voglio dire è che mi sono riconosciuta in molte storie, pur non essendo gay e pur non avendo vissuto un’adolescenza particolarmente traviata. Molto belle anche la prefazione e postfazione alla nuova edizione 1991-2011, con una lettera all’autore, lucida, scritta da un ragazzo eterosessuale che voglio riportare:

“Ho letto il suo libro . E mi sta paralizzando. Non riesco quasi più ad aprir bocca. Prima mi capitava di dire senza pensare come tutti: dai, ragazzi, usciamo stasera che magari rimorchiamo delle ragazze. Ma ora penso: e se uno di questi miei amici fosse gay, come si sentirebbe? Dovrebbe fingere per non sentirsi tagliato fuori dal gruppo, mentire, o trovare lui la forza di dire: no, guarda, a me piacciono i ragazzi. Ma non è giusto, non è giusto che tutta la fatica debba farla lui. Così, quando siamo noi amici, io non so più quali parole usare. Sappiamo che i gay esistono, li prendiamo in giro, diamo a qualcuno del finocchio proprio perché non crediamo che lo sia realmente. In realtà non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello che il nostro compagno di banco lo sia, e noi lo feriamo tutti i minuti, sia sfottendo sia dando per scontato che siamo tutti etero.”

Chissà se quando mia figlia sarà adolescente la diversità farà parte della norma. Voglio regalarle questo libro.

Ticino Emigration to Australia

Posted in Emigrazione (ticinese e non) in California on May 5th, 2012 by ndb – Be the first to comment

CarlsonA friend in Seattle discovered a rare work in English on Ticino emigration to Australia. I say rare because most of the research on Ticino emigration—whether to California or Australia—is in Italian. The reaserch I am referring to is Bridget Rachel Carlson’s 1997 doctoral thesis on “Immigrant Placemaking in Colonial Australia: The Italian-Speaking Settlers of Daylesford”. PDFs of the complete 567-page thesis are downloadable from the site of the Victoria University, Australia, here. The work has chapters dedicated to the following Ticino families, of which several are from Vallemaggia:
Caligari
Gaggioni
Gervasoni
Guscetti
Lafranchi
Milesi
Morganti
Perini
Pozzi
Quanchi
Righetti
Rodoni
Tomasetti
Vanina
Vanzetta
The Lafranchi section even contains a recipe for a bullboar, or pork & beef, sausage (p. 200). Also very interesting are the phonetical transcriptions of three dialect songs/nursery-rhymes (p. 202). A funny anecdote about this discovery is that within two days from my friend finding Ms. Carlson’s work and forwarding it to a few acquaintances, the link travelled to Australia, Switzerland, the US, and back a few times.

Regalasi EMOZIONI

Posted in Other / Altro on April 7th, 2012 by ndb – 1 Comment

In seguito al mio post del 20 gennaio 2012, ho voluto raccogliere qualche esempio di EMOZIONI che vengono offerte, promesse ed elargite ovunque, dalle FFS al Monte Generoso, dal pattinaggio artistico alle mostre d’arte.

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Monte Generoso
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